Le favole di nonna gibbs. Renato Brunetta (prima parte)
C’era una volta, tra i canali di Venezia, un piccolo bambino di nome Renatino Pollicino. Era basso e tarchiatello, e la natura gli aveva regalato un simpatico grugno da pitbull, che Renatino sfoggiava quando voleva salutare gli altri bambini della strada. Renatino era l’ultimo di tre fratelli. Il padre, un ambulante veneziano, vendeva le celeberrime gondolette di plastica nera in giro per la città. Insomma, non c’erano tanti soldi nella famiglia di Renatino, così già da piccolo si trovò a dividere la casa con altre otto persone, cosa che gli permise di sviluppare uno spiccato senso di comunità e di coesione sociale.
Un giorno, mentre Venezia splendeva e puzzava, il padre di Renatino capì che non poteva più sfamare quei tre ragazzetti, i suoi figli, e allora li bendò, li fece girare tre o quattro volte su loro stessi, li trascinò in mezzo ad una visita guidata di un tour operator giapponese, diede loro un bacio e un sacchetto di mais per piccioni – in caso avessero fame – e li lasciò al loro destino. Renatino non ci mise molto a capire cosa era successo. Trascinato dall’orda nipponica, il bambino riuscì a sopravvivere allo scatta-scatta turistico, e una volta libero iniziò a pensare a come tornare a casa. In tasca aveva solo quel pacchetto di mais, e un mini dizionario greco-italiano. Ogni tanto, lanciava un chicco per terra, per ricordarsi di dove era passato, perchè in quel labirinto di calli lui proprio non ci si raccapezzava.
Renatino vagava e raccoglieva i fondi degli spritz lasciati nelle osterie, e le briciole degli happy hour in zona stazione. Voleva tornare dal padre, Renatino, e tornare incazzato, chè non era possibile che lui si facesse venire le vesciche ai piedi per colpa di quel padre snaturato, che invece di preoccuparsi di vendere più gondolette si abbandonava alla disperazione, fannullone! Rimuginava tra sé e sé, e più rimuginava più digrignava i denti, e più digrignava i denti e più procedeva spedito, a testa bassa. Per questo, non si accorse del gruppo di studenti fighetti del Liceo Foscarini, e sbam! Renatino sbattè contro uno di loro. Il ragazzo, alto e ben vestito, di fronte a quel nanetto puzzolente, gli intimò in un perfetto italiano di levarsi di torno e di tornare dalla fogna dalla quale era fuoriuscito. Renatino non la prese bene, e si ripromise di fargliela pagare. In tasca aveva ancora quel dizionario di greco-italiano di cui non sapeva cosa farsene, e allora pensò che, magari, se avesse studiato,sarebbe riuscito ad accedere a quel tempio di conoscenza che era quel liceo veneziano.
Incominciò a leggere, Renatino, ad imparare le parole e i costrutti a memoria, quasi di nascosto. Quando si presentò all’esame di ammissione riuscì incredibilmente a superarlo. E sì, lì incominciò la sua carriera accademica. Ma ancora non era riuscito a ritrovare il padre. Di notte, Renatino – che nel frattempo un po’ era cresciuto, anche se solo in larghezza – dormiva nello sgabuzzino delle scope, e di giorno viveva lì, al Liceo Foscarini. Il tempo passava e arrivò la maturità. Secchione infame quale era, preso nella sua battaglia di rivalsa sociale, riuscì ad essere il primo della classe. Il giorno della consegna dei diplomi, tra la folla di familiari giunti per festeggiare il successo dei figli, Renatino intravide la testa di suo padre. “Oddio” pensò “è venuto a riprendermi!”. Renatino trottò con le sue gambone corte dal genitore, e quando gli fu davanti non riuscì a trattenere un sorriso. “Sei tornato!” esclamò, e il padre, mesto, accartocciando il cappello che teneva tra le mani gli disse: “Renato, io e tua madre ti facciamo i complimenti per questo tuo risultato. Siamo molto orgogliosi di te”. Renatino era di pietra, si aspettava qualcos’altro, lui. Allora disse senza tanti preamboli “ posso tornare a casa?”. Il padre abbassò la testa. “Io e tua madre abbiamo pensato che, dato che ormai hai diciotto anni, sarebbe ora che tu uscissi di casa. Ecco, sarebbe meglio che tu ti trovassi un altro posto dove stare”. Renatino andò su tutte le furie “ma come, mi sono arrabattato fino ad adesso senza mai un aiuto e ora ricompari dal nulla e mi dici pure che devo uscire di casa? E cosa ho fatto finora secondo te? Ho giocato a tressette col doge? Ma chi c’è mai stato a casa, fannullone!”. Il padre lo guardò e poi riabbassò la testa, e mugugnando qualcosa, gli voltò le spalle e se ne andò.
Continua..






