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Come ci si sente a non riconoscersi più?

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Ho centocinquant’anni, e non ho mai sofferto di allucinazioni. Nausea sì, mal di fegato anche, dittature di pancia eccome, ma allucinazioni mai. Ultimamente, invece, mi succede sempre più spesso la stessa cosa: mi guardo allo specchio e non mi trovo. Al mio posto c’è sempre qualcun altro: ieri, ad esempio, ero Giovanni, un signore distinto, con dei baffi folti e curati. Il mio volto era triste e rassegnato. Brillavano solo degli occhi luminosi, pieni di una verità troppo ingombrante, la stessa che piegava le mie spalle. Ero quel giudice saltato in aria in quel pomeriggio di primavera a Capaci.

L’altra notte, invece, ero Carlo, un ragazzo con una felpa rossa, con il cappuccio alzato e una sciarpa nera sulla bocca. Riuscivo a intravedere solo lo sguardo: anche questo era lucente, acceso di un fervore che non vedevo dal Risorgimento. Accanto a me avevo un estintore dello stesso colore della mia felpa, e sul petto un buco, un foro da proiettile. E nonostante quel buco (e tal cosa mi turbò il sonno per tutta la notte), il mio sguardo rimaneva gioioso, brillante, vivo.

Ne ho avute anche di peggiori, di allucinazioni. Qualche settimana fa, in un pomeriggio grigio, milanese, mi son specchiata ed ero Carla, la signora più triste del mondo. I miei capelli erano grigi, come quei cortei che mi riempivano le piazze, e in mano tenevo stretta la cosa più cara che mi era rimasta, un quaderno. Il quaderno di mio figlio Valerio, ammazzato davanti ai miei occhi a casa mia dai fascisti. Gli stessi occhi che ancora però non smettono di lottare, di credere ancora che giustizia per Valerio può essere fatta.
Quel giorno ero anche la moglie di Vito, e di Rocco, e anche di Antonio, morti perché membri della scorta di un giudice. Lo stesso giudice nel quale mi sono specchiata ieri.

In questi miei deliri speculari, per quel che la mia piena e distratta memoria mi permette, sono stata anche Gabriele, giovane dj in felpa e occhiali scuri, seduto sul sedile posteriore di un auto a dormire, e lì rimasto. E Federico, sdraiato e trascinato per strada con le palle spappolate da un anfibio di divisa. E ancora Stefano, giovane pusher con la schiena spezzata in due in un carcere di Roma. E molti, troppi altri ancora.

Oggi, allo stesso specchio, vedo un’altra immagine: il volto di una signora anziana, logora, vestita di stracci che non sono neanche suoi. I miei occhi, a differenza di tutti gli altri che ho appena raccontato, sono spenti, stanchi. Stanchi di voltarsi da un’altra parte per non vedere, di scrutare solo arroganza e prepotenza nel potere. Stanchi di essere rappresentati da gente ignobile.
Occhi disillusi, che ormai vivono di una sola, breve e momentanea speranza: che anche quest’immagine sia solo un’altra allucinazione.

A te, a Carlo Giuliani, a Valerio Verbano e sua madre Carla,
a Stefano Cucchi, a Gabriele Sandri, a Giovanni Falcone, a Federico Aldrovandi e a tutte le vittime di questo Stato così nero nel viso, e mai rosso d’amor.

set 20th, 2011 | Category: Satirattualità
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