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Il cortile dei ricordi

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E’ il quartiere che ti frega, amico mio. Vivo qui dai pochi anni che ho, e mi sembra un secolo. Quell’assurda beffa che è la vita mi ha riportato, dopo dieci anni, a passare le mie notti in quella che è stata la mia casa d’infanzia. Mi aspettavo il turbine del cambiamento, e mi ritrovo il caldo leggero soffio del ricordo, il fumo di vapore della minestra riscaldata. E fin qui, nostalgico di merda esci dal mio corpo, può sembrare una piacevole coincidenza, o un divertente scherzo del destino che, dopo avermi terrorizzato per anni, mi ha riservato un gioco che conoscevo, di cui ricordavo a memoria le regole e, detto sottovoce, neanche mi dispiaceva.

DIO BO' - Sarà forse questo il pezzo più paranoico e malinconico mai pubblicato su Rassegna Stagna? A voi l'ardua scemenza

Ma non è così facile, il tempo è sia cura che malattia e la minestra di dieci anni fa, pure se ci metti un chilo di formaggio e tutto l’amore che vuoi, a riscaldarla fa schifo al cazzo. Della casa in cui ho mosso i primi passi incerti  è rimasto ben poco, le mura sono le stesse, il portone è quello e pure il vecchio rompipalle al settimo piano lotta ancora insieme a noi, ma è un’altra cosa. Sarà che nella camera dove ebbi i primi pruriti ormonali per dieci anni ha dormito una novantenne che forse non può sapere quanto mi manca, che sopra al mio letto c’era Che Guevara e sul suo Padre Pio, che gli amici con cui perdevo i pomeriggi appresso a un pallone sono ancora sulla stessa panchina, ma il tango è stato sostituito da birre e cannoni, sarà quello che vuoi ma non sono a casa. Passo le giornate attappato in quarantacinque metriquadrati a cercare qualcosa di familiare e, a parte gli occhi di mia madre, trovo ben poco. Sono un indiano che è migrato verso il mondo e, quando torna a casa, trova la sua capanna divelta, la madre in un angolo e sul suo letto un americano che si fuma una Marlboro e mi offre un sandwich, e magari una fucilata in testa. Mai convinto (la nostalgia ha una capoccia di marmo e un fegato immacolato), prendo gomiti e illusioni e mi affaccio alla finestra che dà sul cortile, con ancora la flebile speranza di rivedere quel riccio parcheggiato in porta che era un miracolo trovare uno che voleva starci, rivedermi anche solo un attimo piccolo grasso e felice. Ma il cortile è vuoto, l’erba che distruggevamo con le nostre superga e il giardiniere avvelenato doveva reimpiantarla ogni santo inverno non si vede più, tutto è coperto da foglie che dormono mai quanto la nostra infanzia  e formano un pavimento sul quale camminano ciondolanti e con un lungo cappotto nero i nostri ricordi, unici superstiti dell’infinita battaglia fra l’uomo e il tempo.

E lì scambierei volentieri due passaggi con loro, sfidarli come facevamo una volta per riconquistare finalmente il campo, ma sono un esercito, ed io sono solo. E poi ho sempre avuto paura del buio.

nov 28th, 2011 | Category: Satirattualità
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