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Gioventù amore e rabbia, finalmente lo abbiamo letto.

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Dovevo all’autore del libro Gioventù amore e rabbia un messaggio, un commento o più semplicemente un’opinione. Mi è stata chiesta ormai due mesi fa, all’uscita del libro e nella fortunata coincidenza che mi ha fatto scambiare poche battute con Luca Telese. Faccio ammenda per il ritardo. E parto dall’impressione provata negli ultimi giri di pagina. Il compito di cambiare il nostro paese non è dato a nessuno, ma saranno i più coraggiosi a prenderselo.

Luca Telese, un simpatico ometto, nano, baffuto, intelligente, uno con cui ci staresti in pigiama in salotto. Riverente con le ragazze sboccate.

Riassumo in pochi punti essenziali.

1. Il coraggio, tema del libro, passa attraverso persone ed idee. Indro Montanelli, Maria Grazia Cutuli, l’inaspettato Chiambretti, Padellaro. I reclusi dell’Asinara e gli operai della FIAT. Serpica Nero. Sono raccontati nel libro come esempi di fantasia, sofferenza e coraggio che hanno ottenuto forse poco ma che rimarranno disponibili a futura memoria. Per noi, per i ragazzi come me. Che si vedono rimbalzati dalle redazioni senza una risposta formale, ma attraverso un silenzioso diniego. Per questo quando ho letto che lo stesso Telese ha impiegato 12 anni ad avere un contratto presso un giornale, non mi sono consolato ma ho raddoppiato il mio disgusto.

2. L’Italia della speranza può vincere solo se qualcuno inizia a raccontarla. Questo rigo rimarrà nella mia memoria per molti anni a venire, lo spiattellerò in faccia al prossimo caporedattore che mi chiederà un pezzo di cronaca nera sulla rapina in farmacia, al posto del mio articolo sulla variante al piano regolatore fatta dalla giunta del mio comune. Lo imporrò nei prossimi colloqui di lavoro. Come il caprone che sono, voglio sfondare il muro a forza di capocciate. Perché sono stanco di accontentarmi, stanco di consigli e stanco anche di vivere di speranza fine a se stessa. Questo è il paese dove ciò che è dovuto non è mai dato per scontato.

Autografo rococò di Telese al direttore di Rassegna Stagna.

3. Ho instaurato una complicità con la voce narrante sin dai primi righi. Ribadita da sorrisi sornioni e solitari ogni volta che risaltava fuori la questione ontologica della sinistra italiana. Per la quale entrambi condividiamo un giudizio impietoso. Ma non disfattista. Anzi, basta sapere da dove ripartire, e io ripartirei da una frase di Gaber che Luca Telese conoscerà : “Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri”.

4. Entrambi eravamo a Roma il 15 ottobre. Ricordo di aver maledetto i black block ma anche di averli guardati come si guardano i fratelli minori che compiono una marachella, con lo scopo di attirare attenzione e sfogare l’inconscio bisogno di vivere. Di contare qualcosa, di lasciare una testimonianza. Io avrei voluto un altro finale per quel giorno. Una grande assemblea aperta agli interventi di tutti. Un atto di piazza e di vita democratica. Leggere le ultime pagine dedicate agli eventi di quel giorno può essere un modo per ragionare sul coraggio di ripartire. Puntando le accuse e le rivendicazioni verso i veri antagonisti e non contro il comodo parafulmine della destra italiana. Sostengo da tempo che Berlusconi per noi italiani, tutti, sia stato come un ombrellone sotto la cui freschezza hanno oziato uomini, vizi e mali. Agevolando la diffusione dell’idiozia consumista. Del pensiero unico. Del benessere individuale opposto allo star bene collettivo. Il pensiero di chi come Marchionne vuole vendere macchine in Italia dopo averle fatte costruire in Messico o in Cina. E che un sanpietrino in testa se lo merita di cuore.

 

gen 15th, 2012 | Category: Gli editoriali del direttore
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