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Scalfari ama Monti, mio padre non compra più La Repubblica !

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Effetti del governo tecnico. Effetti del giornalismo di parte. Mio padre, un uomo che ha portato a casa migliaia e migliaia di Repubblica, ogni giorno, sotto il braccio, al ritorno dal lavoro, non vuole più comprarla. “Da quando non c’è più Berlusconi non sanno che scrivere!” è la sua replica ogni volta che non vedo il “suo” giornale dov’è al solito posto.

Oggi è domenica, già da qualche giorno vedo per casa alcune Gazzette del Mezzogiorno. Ma oggi è domenica, il giorno della settimana in cui mi spetta l’ultimo rituale rimasto intatto da quando ho iniziato ad avere interesse per un giornale. Forse il motivo per cui ho iniziato a leggerne uno, Sette Giorni di Cattivi Pensieri di Gianni Mura. Il pezzo di scrittura, salvo rarissimi piazzamenti al secondo posto, più bella della settimana. Sta nello sport ma parla di uomini. Di sport, di politica, di civiltà e tante volte di vino, libri, musica, storie da giornale di provincia che valgono più di una parabola del Vangelo. Per me una reliquia, che avrei voluto collezionare in un raccoglitore per poter avere la certezza che nei secoli quel linguaggio rimanga. Come esempio di quello che un giornalista può scrivere e scrive in barba a tutti, alle volte anche a se stesso.

Non faccio l’elogio dell’autore. Parlo di quello che mi ha dato. Compresa la vocazione al mestiere di giornalista, che oggi vale poco. Anche per il fatto che pur avendo la possibilità di pensare tanti giornalisti si accontentino della possibilità di scrivere. Quando racconto quello che faccio ad un estraneo, spiegando che essere pubblicato è già più facile dell’essere pagato. Che non mollare vuol dire accontentarsi di bucare un giornale rivale. O che prima di arrivare a fare ciò che si è preparati a fare, bisogna adeguarsi. Capisco, guardando l’altra faccia basita, quanto la colpa sia mia, della categoria e delle generazioni che l’hanno (de)composta alla situazione in cui è.

Però oggi mi manca legger quel pezzo di due colonne. E la colpa è del fatto che un lettore assiduo e fidelizzato da oltre venticinque anni, come mio padre, si è accorto che il suo giornale non lo rappresenta più. Che l’andazzo, la linea editoriale, l’impaginazione e persino i fondi di illustri professionisti sono cambiati. Mancano D’Avanzo, Bocca, Berselli e ora anche Antonio Tabucchi. Le inchieste si sono spostate sul web. La politica vivacchia su partiti morti ma ancora da seppellire, e i giornali invece che sancirne la fine ne prorogano l’agonia. Trovarne uno che scriva chiaro e tondo che serve una tabula rasa (se lo fa qualcuno indicatemelo!). Si sono moderati, tecnicizzati. Adeguati a tal punto che ora suggeriscono, fiancheggiano, il partito del “licenziamo anche gli statali”.  Una cosa che un operaio divenuto suo malgrado un impiegato di Ministero non può sentire. Ne tanto meno leggere in quello che è stato il suo luogo di formazione, quotidiana.

Ecco, Gianni Mura e i suoi Cattivi Pensieri, sono il baluardo di un mestiere, della scrittura e della fiducia nell’intelligenza del lettore. Che è prima uomo della strada, poi cittadino che vuole informarsi. Infine attore di una società che, anche a cinquantanni passati, pensa possa essere meglio di così. E quindi non si beve Monti, come non si è mai bevuto Berlusconi, come non si  beve Scalfari che si dichiara “fautore del governo Monti” e invita a “non difendere un simbolo di irrilevante significato” (art.18). Sceglie e cambia giornale. Il problema ora è mio, visto che se mi privo de L’Amaca di Serra, trovo qualcuno che la posta su facebook, ma se parlo di Mura e qualcun’altro lo conosce, è già tanto, perché ho fatto una bella conoscenza.

 

 

mar 25th, 2012 | Category: Gli editoriali del direttore