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Sull’orlo di una Nichi di Vendola

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Se un politico è in deficit di popolarità lo vedrete spuntare da ogni parte come il prezzemolo. E magari vi sembrerà ogni volta diverso e comunque ripetitivo. A me succede con Nichi Vendola. Passato dall’anonimato autunnale allo scoramento primaverile, dopo aver dissolto una potenziale nuvola di consensi nell’arco di pochi mesi.

Formidabile interpretazione del maestro Dario Campagna - Vendola a pezzi

Per recuperare, da sagace uomo di comunicazione qual’è, ha intrapreso una carrellata di presenze televisive e non, che lo stanno confermando come l’animale politico più tele funzionale del dopo Berlusconi. L’attualità scompagina il suo elettorato, ma Nichi si riadatta all’occasione. Lo accusano di aver fatto pressioni per far riaprire il concorso per primari del Policlinico di Bari? La sua linea difensiva diventa “ho raccomandato il migliore!”. Due giorni più tardi si vede recapitare un avviso di garanzia? La sua risposta è quella di un qualsiasi novellino alle prese con una lettera della Prefettura: “non si capisce niente”. Quando però gli spiegano che si tratta ancora di sanità, la linea difensiva diventa esuberante, Vendola passa dall’essere indagato per abuso di potere nella sanità al ruolo di accusatore del Gran Casinò, metà politico e metà manageriale, che circonda e dirige il sistema salute.

Per concludere una settimana da manicomio, per se e i suoi elettori, Nichi decide di schierarsi dalla parte dei professionisti della politica contro i dilettanti dell’antipolitica. Ponendosi dalla parte di D’Alema che diceva che era Sel l’antipolitica. Un enigma, considerati anche i tratti comuni di partecipazione e reclutamento che il movimento di Vendola ha con MoVimento5stelle di Grillo.

È da tempo che nella veste di suo elettore invoco una sferzata, come me, in tanti gli suggeriscono da mesi di tirare fuori un programma, dicevamo: “Nichi parla chiaro e spiega in dieci punti cosa si può fare per sovvertire la rotta che l’Italia si è scelta”. Invece nei giorni del declino di Berlusconi, lui era in California con Arnold Schwarzenegger. Al ritorno, ha benedetto la presenza nel governo di Andrea Riccardi fondatore della comunità di Sant’Egidio. Poi si è dedicato a seminare il suo verbo per la Penisola, convinto di aver sedotto l’animo rosso di Bersani, quello cattolico della Bindi e quello legalitario di Di Pietro. Da leader in pectore della sinistra italiana ha atteso che la luce della primavera lo esponesse al pubblico come la miglior soluzione possibile alla crisi politica e partitica in atto. Si era anche potuto permettere di dare a Veltroni del “uomo di destra”, non trovando praticamente contraddittorio.

A Bari però il vento di primavera non risparmia la faccia di nessuno e per colpa della sua giunta, si è ritrovato nelle retate di marzo; vedendosi bruciare tra le mani il santino di Michele Emiliano e cadendo nelle false amicizie che l’amministrazione regionale ha seminato nel corso del suo pur ammirabile operato. Di fatto, la Puglia ha numeri da primato nazionale per quanto riguarda l’export, ha visto salire le accise regionali ma in misura minore rispetto al resto del paese e ha un circuito culturale e turistico che fa da modello agli altri. Eppure viene tagliata fuori dai trasporti per scelta aziendale di Trenitalia, sopporta l’Ilva di Taranto e la centrale a carbone di Cerano senza ricompense, paga il buco di cinquecento milioni di euro che Tremonti ha preteso in un’unica rata.

Le tante strade intraprese da Nichi stanno frazionando la sua narrazione coinvolgente, allo stesso tempo sembra essersi stancata quella fantasia innovatrice che il movimento nato attorno al suo carisma aveva profuso. Le idee languono, il fuoco amico è pronto eppure oggi si considera antipolitica una proposta di democrazia diretta, populista sì ma non scoordinata come si vuol far credere.  Nichi è il paladino, ma di che cosa? Il metodo e i discorsi rimangono efficaci e affascinanti, ma non più del mito di Icaro che vuole raggiungere il sole.

apr 18th, 2012 | Category: Gli editoriali del direttore
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