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L’informazione è una lobby e gli piace così

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Assemblea dei giornalisti salentini e non. Ore 16e30, Piazza Sant’Oronzo Lecce. Open Space del comune pieno come un uovo. Tanti sorrisi, molti dei quali inutili. C’è da discutere della questione precarietà nell’informazione di provincia. Lunedì un operatore di una tv locale è stato licenziato perché aveva espresso sulla propria pagina facebook la propria rabbia, chiedendo a colleghi e addetti ai lavoratori di boicottare la giornata degli scrutini, in segno di protesta. Ne ho dato resoconto, non esprimendo il mio pensiero, perchè ancora in fase embrionale, troppo soggettivo, troppo incontinente.

Pensavo che se un giornalista invece di denunciare l’accaduto, si attacca un post arancione all’occhiello con su scritto “L’informazione non è un Hobby” si sta prendendo per il culo da solo. Quelli a casa continueranno dal loro posto sul divano. Se l’unica arma che hai è la voce, o la penna, perché non usarla e sintetizzare tutto i un post-it arancione (colore che neache nel PD usano più)? Non lo capisco, basterebbe dare un comunicato; ma quello in redazione lo tagliano, facendoti parlare del fatto (il licenziamento) ma non del contesto (mesi di lavoro non pagato in un mercato dell’editoria fatto da paraculi). E allora meglio il post-it?

Faccio questo mestiere senza essere pagato, da tredici mesi aspetto un contratto dalla mia testata che però manda i miei articoli in stampa. Fegato, pazienza, ulcera, ci metto tutto per andare avanti. Ma se arrivo all’Open Space di Palazzo Carafa e vedo la passerella di politici mi viene il vomito. Chi li ha chiamati? Possibile che prima di prendere coscienza di noi stessi (ammesso che siamo in grado di farlo) stiamo già facendoci appendice a questi “mendulari”. Il sindaco ha espresso solidarietà all’operatore licenziato, ma nella sua coalizione è ben visibile l’apporto di un emittente locale, detentrice del marchio Regione Salento, che non paga gli stage in ingresso e che tiene i suoi operatori a stecchetto da tre mesi circa. C’era Fiona, la “trombata allenata”, che ha detto (ho letto dopo) che occorre una normativa in materia. E gli altri, che vogliono convocare il Corecom e tavoli di controllo non si sa di che.

L’unico intervento che ho potuto seguire è stato quello di una signora che non conoscevo in viso, e dopo ho scoperto essere Paola Laforgia, presidente dell’Ordine dei Giornalisti di Puglia. La signora riferendosi alla Carta di Firenze, ritenuta pur debole arma, chiedeva che qualcuno si facesse avanti nel indicare quei direttori che non si preoccupavano dei compensi dei propri collaboratori. Diceva che il primo caso sarebbe valso da deterrente. A quel punto sono andato via, pesando che se questa appartenente al giornalismo strutturato viene a dire a chi nemmeno può dirsi giornalista di denunciare il proprio direttore, di “fargli vertenza” si direbbe altrove, allora stavo meglio a casa a guardare il Giro. Loro che ci stanno a fare, chiedo alla Grittani?

Striscione esposto dai lavoratori del Supermercato Billa occupato dal 19 aprile. Troppa sintesi per un giornalista.

Sono andato via per andare a prestare il mio tempo per l’hobby ai lavoratori del Billa di San Cesario, per la via mi chiedevo se effettivamente qualcuno tra i presenti avesse capito l’entità del problema: la precarietà è solo una parte del fenomeno per cui l’informazione ha perso di dignità, non solo per quanto non/ci pagano, ma per la funzione che non dobbiamo più compiere. Educare la gente comune, se ci fate caso è lo stesso processo di depauperamento che è stato applicato all’insegnamento.

Gli editori non sono diversi dalla classe dirigente italiana, ne fanno parte, qualcuno di loro dice che deve attendere i fondi pubblici per poter pagare i propri dipendenti. Altri aspettano il decreto salva emittenti per passare al digitale, ma neanche uno che a tempo debito si sia opposto allo switch off digitale. E nella categoria non c’è nessuno che vada oltre la logica editoriale, proponendo se stesso e convincendo chi lo guida a fare un salto nel futuro. Televisione e carta stampata non fa differenza. L’informazione web, grazie ai nuovi colossi, sta intraprendendo lo stesso solco. Si omologa al pensiero unico. E in questo trovo un punto di contatto con la storia dei tanti lavoratori ‘tagliati’ dai propri posti di lavoro: all’azienda non interessa il capitale umano, la qualità delle informazioni, la ricerca, le campagne di stampa (you remember?); gli interessano le strutture, il network, il vendibile, gli interessa andare avanti. Tirare a campare, piuttosto che tirare le cuoia.

E a noi che interessa? Interessa il ricambio generazionale? Interessa il linguaggio, la notizia, i fatti, il contesto, le amicizie politiche, lo specchiarci nella nostra firma? Siamo ancora quelli dei tempi di Gaber, abbiamo la libertà di pensare, ma pretendiamo la libertà di scrivere.

mag 10th, 2012 | Category: Satirattualità
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